Fuoco amico su Guillermo Orsi


IL “MAESTRO” DEL NOIR ARGENTINO DEBUTTA IN ITALIA

Il panorama italiano della narrativa noir e poliziesca si è arricchito di un nuovo protagonista, l’argentino Guillermo Orsi: in questi giorni è arrivato in libreria il suo primo romanzo tradotto in italiano, Città santa, pubblicato da Eden Editori di Roma. Ma Orsi tutt’altro che un debuttante assoluto: 69 anni, considerato una delle voci più importanti del poliziesco argentino, alle sue spalle ha già numerose opere, che sono state tradotte anche in Germania, Francia, Gran Bretagna e persino Cina e Ungheria. Nel 2010, proprio con Città santa, ha vinto il Premio Hammett alla Settimana Nera di Gijon per il miglior romanzo scritto in spagnolo. La sua ultima opera, Siempre hay alguien a quien matar (C’è sempre qualcuno da uccidere), è uscita la scorsa primavera per l’editore Revolver.
Ho avuto occasione di conoscere Guillermo il mese scorso in Argentina, al festival letterario “Cordoba Mata”, dove sono stato invitato per parlare del romanzo noir italiano e per presentare l’iniziativa di Torinoir, che ha riscosso un grande interesse fra scrittori e addetti ai lavori di tutto il Sudamerica. A Guillermo Orsi, che fra l’altro ha chiare origini italiane (nonni della provincia di Alessandria) ho rivolto alcune domande.

Spiegaci in poche parole chi è Guillermo Orsi.
Ho impiegato decenni a cercare una risposta alla tua domanda. Continuo a non trovarla e penso che morirò ignorando chi sono veramente. Marguerite Yourcernar chiedeva di “essere se stessi prima di morire”. So soltanto, o lo intuisco, che scrivere fa parte del mio Dna, è la mia passione maledetta che mi obbliga a trasgredire le consuetudini del buon borghese – come fare soldi o cercare di farli – per dedicare tutto il tempo possibile alla letteratura.

L’Argentina ha una grande tradizione di romanzi polizieschi e noir: qual è l’attuale condizione di questo genere letterario?
Bisognerebbe domandarsi qual è la condizione generale della letteratura nel suo insieme. Si legge poco, malgrado i fine settimana e nei giorni festivi le librerie siano molto affollate. Molta gente compra libri, non sono troppo cari e va sempre bene quando devi fare un regalo. Si parla molto di successo dei romanzi noir, ma non credo troppo a queste definizioni, fanno parte del marketing degli editori. Noi autori dobbiamo lottare per pubblicare le nostre opere e, una volta pubblicate, per incassare diritti che non siano una semplice elemosina, che ci permettano di dedicare tempo e energie al nostro lavoro preferito: creare storie.

Il genere noir è narrativa d’evasione o qualcosa di più?
L’evasione è una delle belle arti, come può ben spiegarlo il mitico Papillon. Fuggire da una realtà oppressiva è tanto rischioso, ma al tempo stesso ci rende liberi, come farlo da una prigione di massima sicurezza. Se questa evasione è ben scritta, se il lettore può condividere il piacere dello scrittore (nello scriverla, ndt), sarà stato un lavoro che valeva la pena. Non c’è modo di chiudere l’immaginazione in quattro muri, né di impedire che le pagine di un buon romanzo noir diventino un potente strumento di divertimento e riflessione e un piacere che non finisce neppure con l’ultima pagina, che vuole, richiede e ha bisogno di continuare ad esigere le storie migliori.

Secondo te è possibile leggere la realtà politica e sociale attraverso gli occhi del romanzo noir?
Non so se si possa leggerla, però sicuramente reinterpretarla, guardarla con gli occhi dei suoi protagonisti, spezzare i confini di ciò che è morale, trasformarti letterariamente nel peggiore dei cattivi e nel più crudele degli assassini senza essere perseguito dalla giustizia. La realtà politica e sociale è piena di questi personaggi, con la differenza che essi operano nella realtà, la degradano, la minacciano con le loro azioni e cercano di evitarne le conseguenze. E spesso ci riescono. Per questo, in qualche modo, il romanzo noir è l’arma di coloro che sono disarmati, la possibilità di combattere tanta infamia e di raccontarla come se noi fossimo veramente gli “eroi”.

I tuoi romanzi sono stati tradotti in molti Paesi, benché trattino argomenti molto “argentini”: pensi che i lettori europei o nordamericani siano interessati alla realtà argentina oppure l’interesse è perché racconti temi universali?
Tutta la letteratura è universale, al di là dell’argomento che tratta. Sono universali le ossessioni umane per l’amore, la morte e il potere, elementi che sono presenti – anzi, lo sono in maniera speciale – nel romanzo noir. La riflessione esistenziale e la ricerca di un’espressione estetica che la contenga in ogni caso guidano il lavoro dello scrittore. E’ molto probabile che collocando l’azione del mio romanzo a Buenos Aires siano gli abitanti stessi di Buenos Aires a interessarsi in modo diretto alla sua trama. Ma senza dubbio un lettore di Parigi o di Pechino può incontrare in questa stessa opera di finzione questioni che dapprima catturano la sua attenzione e poi gli servono per elaborare la propria visione. Rispondendo alla tua domanda, ciò che importa non è la “realtà argentina”, benché serva per attrarre l’attenzione, bensì la condizione umana in condizioni estreme: il reato, l’omicidio, i molti volti della tragedia.

“Città santa” è il tuo primo romanzo pubblicato in Italia, malgrado tu sia già stato tradotto in Germania, Francia, Gran Bretagna e persino Cina e Ungheria: perché abbiamo dovuto aspettare tanto tempo per leggerti in italiano?
In questo caso la risposta non dipende da me. E’ una questione che riguarda gli editori, i distributori: noi autori abbiamo poco a che vedere con queste cose. A noi spetta solo la scrittura.

Giorgio Ballario

guillermo_orsi    Scopri “Città Santa” cliccando sulla foto

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